Archivio mensile:marzo 2014

Convegno di studio sulla Scenografia teatrale – MACRO, 2.4.14

ARCHITETTURA E SCENOGRAFIA

Convegno di studio sulla Scenografia teatrale

Mercoledì 2 aprile 2014, ore 14.30-18.30

Copia di 2 aprile macro architettura e scenografia

Intervengono: Carlo Albarello, Orazio Carpenzano, Luciano De Licio, Fabrizio Gifuni, Beppe Menegatti, Marco Petreschi, Piero Ostilio Rossi, Silvia Tatti, Massimo Zammerini.

Architettura e scenografia hanno radici comuni perché entrambe interpretano un testo-progetto, affrontano la questione del consenso, oltre a quello del corpo nello spazio. L’uomo percepisce l’architettura come dotata di profondità e occasione di esperienza del corpo. La scenografia attinge anche da altri ambiti disciplinari le tecniche di rappresentazione dello spazio e si propone come decodificazione del testo drammatico. L’oggetto letterario, infatti, resiste alla bidimensionalità del segno grafico e grazie all’architettura può vivere in un luogo tridimensionale, condizione essenziale affinché le sue potenzialità fantastiche diventino fisiche. In particolare, non solo il linguaggio del corpo è un vettore della rappresentazione teatrale ma rispetto a un’opera di architettura il corpo si muove secondo le caratteristiche dello spazio nel quale si trova. In questo convegno di studio accanto a interventi sulla drammaturgia, dalla tragedia classica al melodramma settecentesco passando per Shakespeare, ampio spazio sarà riservato al rapporto tra architettura e scenografia. Chiude il pomeriggio la presentazione del volume di Massimo Zammerini, Cambio di scena (Ed. Kappa) con la proiezione dei migliori progetti elaborati dagli allievi del Master per Scenografo teatrale, promosso dal Diap e da “Lazio in Scena”, e del Corso di Scenografia dell’Univ. Sapienza di Roma.

 

Il giuramento di Vitruvio – Salvatore Settis

Riportiamo l’articolo che Salvatore Settis ha pubblicato sulle pagine del Sole24ore di domenica 12 gennaio 2014.

geometra

Le devastazioni del nostro paesaggio sono l’opera di una perversa alleanza tra forze diverse dell’imprenditoria, della finanza, della politica e delle mafie.

Ma ne sono responsabili anche architetti, ingegneri e urbanisti. Vorrei qui insistere sull’etica dell’architetto. Un architet­to deve corrispondere alle aspettative del suo com­mittente chiunque sia e quali che siano le sue ri­chieste, o, mentre progetta e mentre costruisce un edificio o trasforma un paesaggio o una città, deve avere in mente un più ampio orizzonte? E quale?

Il profilo etico delle professioni non è oggi in prima linea. Inoltre, solo in alcune professioni questo profilo è stato esplicito. Il caso più chiaro è quello della professione medica e del connesso «giuramento di Ippocrate». Appartenente al Cor­pus Hippocraticum e databile intorno al 400 a.C., questo testo conobbe la sua fortuna in età moder­na con le scuole mediche del Cinquecento. Poi ven­ne rilanciato in Francia dopo la Rivoluzione Fran­cese e riaffermato con la dichiarazione di Ginevra della World Medical Association (1948). 11 giura­mento è ancora in uso in Gran Bretagna, dove l’ul­tima versione è stata lanciata nel 1996. In tutte le redazioni alcuni punti-chiave restano costanti, in particolare il solenne giuramento del medico: «Re­golerò ogni prescrizione per il giovamento dei ma­lati secondo le mie possibilità e il mio giudizio; e giuro che mi asterrò dal recar loro qualsiasi danno e offesa (…) In qualsiasi casa io entri, giuro che vi entrerò solo per il bene dei malati, astenendomi da ogni offesa volontaria e da ogni abuso».

Vorrei ora proporre un passo di un altro autore antico, Vitruvio. Questo architetto dell’età di Au­gusto è per noi straordinariamente importante per via del suo trattato «De architectura», una vasta opera in dieci libri che è il solo trattato di archi­tettura di età classica che sia sopravvissuto. In Vi­truvio c’è un passo che delinea la figura dell’archi­tetto ideale, indicandone le caratteristiche salien­ti. Si trova all’inizio del I libro: «La scienza dell’ar­chitetto richiede l’apporto di molte discipline e di conoscenze relative a svariati campi. Egli dev’esse­re in grado di giudicare i prodotti di ogni altra ar­te. La sua competenza nasce da due componenti: quella pratica, che è la costruzione e quella teorica. La “fabrica” consiste nell’esercizio continuato e ripetuto dell’esperienza costruttiva, che si con­creta quando l’architetto di sua propria mano, sul­la base di un disegno progettuale, realizza l’edifi­cio desiderato. La ratiocinatio consiste nella capa­cità di esporre e spiegare gli edifici, una volta co­struiti con debita diligenza, secondo computi ma­tematici e proporzionali.

Solo chi padroneggia sia la pratica che la teoria è dotato di tutte le armi necessarie epuò consegui­re pieno successo (…). L’architetto deve dunque avere ingegno naturale ma anche sapersi sotto­porre alle regole dell’arte (…). Deve avere cultura letteraria, essere esperto nel disegno, preparato in geometria e ricco di cognizioni storiche; deve avere nozioni di filosofia e di musica, saper qualco­sa di medicina e di diritto, ma anche di astrono­mia e astrologia».

La citazione potrebbe continuare: per ciascuna delle virtù intellettuali (e delle competenze) del suo architetto ideale, Vitruvio dà infatti un’artico­lata motivazione. Per esempio, le nozioni medi­che gli servono per studiare il clima e fare in modo che le abitazioni che costruisce siano salubri. Ora, usando i requisiti dell’architetto elencati da Vitru­vio, potremmo mettere insieme un «giuramento di Vitruvio», facendone il perfetto equivalente del giuramento di Ippocrate. Se chiunque costruisce oggi in Italia tenesse fede a un simile giuramento, nessuno avrebbe mai osato, ad esempio, edificare numerosissime abitazioni a un passo dalle discari­che di Campania e sarebbe impegnato a costruire solo “salubres habitationes”. Né questo è un problema della sola Campania. Mi basti ricordare due soli esempi: a Crotone, i cortili di tre scuole sono stati pavimentati con tonnellate di rifiuti tossici da una vicina fabbrica; a Milano, i cantieri di un intero quartiere (Santa Giulia) sono stati seque­strati perché esso era in costruzione sopra un gi­gantesco deposito illegale di scorie cancerogene provenienti da stabilimenti dismessi (Montedi­son e acciaierie Redaelli). Eppure, il progetto di Santa Giulia era stato presentato alla Biennale di Venezia 2006 come un progetto d’avanguardia fir­mato da un celebre architetto, Norman Foster (vie­ne in mente l’amara riflessione di Giancarlo De Carlo sul «fenomeno della copertura professiona­le» di grandi architetti in occasione di operazioni speculative).

Se la ‘World Medical Association continua ad «aggiornare» il giuramento di Ippocrate (ad esem­pio, cancellandone il divieto di aborto) e in tal mo­do ne riafferma implicitamente la perenne attuali­tà, analogamente anche noi potremmo, anzi forse dovremmo, chiederci di continuo quali, delle qua­lità che Vitruvio chiedeva all’architetto, siano an­cora attuali. La storia è certamente una di queste.

Sappiamo bene quanto stia arretrando nelle scuole di architettura, in tutto il mondo, lo studio della storia in generale, e in particolare della sto­ria dell’arte e della storia dell’architettura: quasi fosse un peso gravoso di cui liberarsi per vivere gioiosamente uno smemorato presente. La feroce presentificazione dei monumenti storici tende a separare la categoria della tutela, radicata nella storia, dalle pratiche della gestione, interamente determinate dall’economia. Le urgenze del pre­sente ci spingono a rileggere le vicende del passa­to non come mero accumulo di dati eruditi ma co­me memoria vivente delle comunità umane. Solo questa concezione degli studi storici può trasfor­mare la consapevolezza del passato in lievito per il presente, in serbatoio di energie e di idee per costruire il futuro. È infatti dovere, anzi mestiere, di chi “fa storia” coltivare uno sguardo lungo, una visione delle cose e degli uomini che riguarda tan­to il passato quanto il futuro, necessariamente im­perniandosi sul presente ma non come spettatori passivi, bensì interpretandone le contraddizioni alla luce della storia, premessa necessaria per pro­vare a costruire un futuro diverso e migliore. Que­sto è il contesto nel quale dobbiamo chiederci qua­le debba essere la nuova etica dell’architetto da­vanti alle sfide del presente. E in questo contesto, il rispetto della storia (e dei contesti) e l’attenzione per la salute sono due facce della stessa medaglia – Salvatore Settis.

G.B. Nolli, Nuova pianta di Roma (1748) – area di progetto

La Nuova Pianta di Roma, ideata da Giovanni Battista Nolli nel 1736 e pubblicata nel 1748, è uno dei capolavori assoluti della cultura romana e italiana, espressione di quel l’esplosione dei lumi che contraddistinse la società europea tra 1730 e 1750, in cui ebbe grande rilevanza la riflessione geografica e più specificamente cartografica, in quanto disciplina tecnica dagli evidenti risvolti politici. Si allega l’area interessata al progetto del Laboratorio di progettazione III.

Planimetrie dell’area di intervento – RM, Via Giulia

È possibile scaricare, cliccando su questo link in modo di accedere alla pagina, 2 allegati con le planimetrie dell’area di intervento del Lab. di progettazione III (R & MuST – Roma Via Giulia). Si ricorda l’appuntamento per domani lunedì 9 marzo alle ore 14 davanti al Liceo Classico Virgilio, via Giulia 38 per il sopralluogo programmato.